Novità in materia di studi di settore

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Novità in materia di studi di settore

La circolare dell’Agenzia delle Entrate del 6 luglio 2018 fa il punto sulla situazione

Pur introducendo alcune novità, il documento mantiene molti dei criteri previsti negli anni precedenti per l’accesso al regime premiale.

Per quanto riguarda le analisi territoriali, le integrazioni agli studi di settore già approvate con DM del 23/03/2018 sono quelle relative agli aggiornamenti delle analisi a livello comunale e provinciale, conseguenti all’istituzione di nuovi Comuni e Province.
Permangono anche i correttivi cassa, previsti a loro volta nel medesimo Decreto Ministeriale, da applicare nei confronti delle imprese minori in contabilità semplificata: tramite l’intervento correttivo si determina il reddito secondo quanto previsto dall’articolo 66 del Tuir, con riferimento ai 177 studi di settore relativi ad attività di impresa in vigore per il periodo d’imposta 2017. La ratio dell’intervento è quella di applicare in maniera corretta gli studi di settore ai contribuenti minori in regime di contabilità semplificata, intervenendo con una metodologia che contempli interventi correttivi e la partecipazione alle stime del valore delle rimanenze finali in magazzino.

Dove non emergesse la necessità di interventi correttivi, i risultati derivanti dall’applicazione degli studi vengono sottoposti a correttivi strutturali, in base alla diversa tipologia:

  • di cassa relativi alle vendite verso soggetti Iva
  • di cassa relativi alle vendite nei confronti delle PA
  • settoriali di cassa
  • territoriali di cassa

Rimangono invariati i correttivi crisi, relativi cioè alla revisione congiunturale speciale degli studi di settore, approvata nel Decreto Ministeriale.

Vengono invece aggiornati i modelli e le istruzioni relativi al recepimento degli interventi correttivi approvati con DM del 23/03/2018 e 24/05/2018: è previsto un nuovo modello F44 per poter applicare i correttivi cassa e i nuovi modelli.

In merito al regime premiale (articolo 10, Dl 201/2011), la circolare ha confermato gli stessi criteri di individuazione degli studi di settore per l’accesso: si è tenuto conto infatti del parere delle associazioni di categoria e dei buoni risultati derivanti dall’applicazione di quegli stessi criteri negli ultimi 5 anni, con lo scopo di garantire l’applicazione del regime premiale ai contribuenti che abbiano fedelmente dichiarato i dati degli studi di settore.

In caso di errori e anomalie, resta invariata la procedura di comunicazione, già approvata con il provvedimento del 18/06/2018: i contribuenti interessati vengono invitati alla valutazione della situazione oggetto di segnalazione, con la possibilità di apportare la correzione di errori/omissioni tramite il ravvedimento, da effettuarsi nella dichiarazione dei redditi.
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Rimborso Canone RAI per i terremotati: ecco come fare

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Rimborso Canone RAI per i terremotati: ecco come fare

L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato le indicazioni per il rimborso del canone RAI versato dai contribuenti residenti nei Comuni colpiti dagli eventi sismici.

L’Agenzia delle Entrate, con provvedimento direttoriale (Protocollo n. 181035/2018), ha definito le modalità di presentazione delle istanze di rimborso delle somme versate per il canone RAI nel periodo compreso tra il 1° gennaio e il 29 maggio 2018: hanno diritto al rimborso tutti i contribuenti residenti nei territori dei Comuni delle regioni Abruzzo, Lazio, Marche ed Umbria che sono stati colpiti dagli eventi sismici verificatisi a partire dal 24 agosto 2016.

Il D.L. n.55/2018 aveva disposto la sospensione del versamento del canone TV, ma dato che l’importo del canone RAI è compreso all’interno delle bollette, l’Agenzia delle Entrate ha stabilito che i soggetti che hanno pagato il canone TV con addebito nelle fatture per la fornitura di energia elettrica possono presentare l’istanza, avvalendosi del modello già ordinariamente utilizzato per i rimborsi connessi a tale modalità di addebito.

Nel caso in cui i contribuenti aventi diritto al rimborso, abbiano pagato il canone TV con modalità diverse da quella sopra descritta, o abbiano pagato il canone di abbonamento speciale, dovrà essere presentata l’istanza di rimborso in carta semplice, e la copia di un valido documento di riconoscimento, a mezzo del servizio postale. L’istanza, in questo caso, deve includere: i dati anagrafici del richiedente (e del defunto, se la richiesta è presentata dall’erede); i dati del pagamento; l’importo chiesto a rimborso; il motivo della richiesta di rimborso riportando la seguente causale: “Rimborso previsto dall’art. 1, comma 5, del D.L. 29/05/2018, n. 55”.
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La pubblicità nei cantieri edili

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La pubblicità nei cantieri edili

Quando le affissioni nei cantieri edili sono soggette ad imposta e per quali casistiche vige l’esenzione?

L’imposta comunale sulla pubblicità (D. Lgs. 507/93) ricade anche sull’esposizione di striscioni o cartelloni pubblicitari nel cantiere edile, reclamizzanti l’impresa costruttrice o le ditte fornitrici dei materiali e servizi impiegati in sito.

L’imposta sulla pubblicità è dovuta, in generale, ogni volta siano diffusi messaggi pubblicitari o promozionali relativi ad un soggetto economico. L’importo deve essere pagato sia dall’impresa edile che dispone del cartello o striscione che diffonde il messaggio pubblicitario, sia dal soggetto reclamizzato. Entrambi i soggetti, presso gli uffici comunali preposti, dovranno pagare l’imposta e presentare la Dichiarazione di inizio pubblicità, indicante: le caratteristiche, la durata e l’ubicazione dei mezzi pubblicitari.

Ogni Comune ha la facoltà di decidere le tariffe dovute, entro i criteri fissati dalla legge nazionale: attraverso il proprio Regolamento possono essere determinati aumenti o esenzioni, in relazione alle superfici interessate, alla durata di esposizione o al periodo (durante la stagione di maggiore afflusso turistico le tariffe possono essere maggiori).

Se la superficie complessiva della pubblicità, che la ditta costruttrice espone di sé stessa nei propri cantieri, è inferiore a cinque metri quadri, essa è esente da imposta perché viene considerata insegna indicante la “sede di esercizio” di un’attività economica.

Sul tema della pubblicità effettuata presso i cantieri si possono verificare svariate casistiche, non sempre di facile interpretazione. Ne introduciamo alcune:

  • il marchio di fabbrica esposto sulle grumobili, sulle gru a torre e sui macchinari in opera presso i cantieri edili: questi marchi, secondo l’art. 5 del D. Lgs. 507/93, sarebbero esenti dall’imposta, ma se le dimensioni e le proporzioni eccedono i limiti indicati dall’art. 2 del DM 26/07/12, essi non sono più considerati indicazione del marchio del fabbricante, bensì come pubblicità dello stesso, di conseguenza divengono tassabili da parte del Comune in cui si trovano.
  • Il marchio o la pubblicità sui silos di cantiere: anche in questo caso se le dimensioni eccedono da quelle richieste per normativa, vengono tassati
  • la cartellonistica di cantiere obbligatoriaai sensi dell’art. 27 comma 4 del DPR 380/2001, indicante l’impresa esecutrice dei lavori nonché le ulteriori indicazioni prescritte: in questo caso, di norma, l’esposizione di insegne o targhe obbligatorie per legge dovrebbe essere esente da imposizione. Nonostante questo, secondo la Cassazione n. 8130/2012, se tale cartellonistica non è inferiore a cinque metri quadrati, ricade anch’essa sotto all’imposta.

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La comunicazione di inizio attività del cantiere per gli adempimenti fiscali

inizio attività

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La comunicazione di inizio attività del cantiere per gli adempimenti fiscali

Quando si deve comunicare, qual è la modulistica, e quali sono le tempistiche? Facciamo un po’ di chiarezza su questa comunicazione.

L’art. 35 del D.P.R. n. 633/1972, in relazione agli adempimenti fiscali previsti per l’attività di cantiere, stabilisce che deve essere effettuata la comunicazione di inizio o di variazione di attività.

Ogni impresa edile deve presentare la “denuncia di inizio attività” per ogni nuovo cantiere, oppure la “dichiarazione di variazione” nel caso in cui si venga ad aggiungere una nuova attività di cantiere a quella già preesistente. Entrambe le comunicazioni devono contenere necessariamente l’indicazione del luogo di svolgimento dei lavori.

La dichiarazione o sua variazione deve essere comunicata ad uno degli Uffici Territoriali dell’Agenzia delle Entrate, oppure all’Ufficio IVA avente sede presso le Direzioni provinciali, entro trenta giorni, mediante appositi Modelli approvati con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate e reperibili sul sito Internet dell’Agenzia (Modello AA7). A fine lavori dovrà essere comunicata la chiusura del cantiere, entro trenta giorni dalla cessazione dell’attività.

Le comunicazioni si possono presentare per via telematica, oppure compilando il modulo cartaceo direttamente negli uffici, o inviando il modulo per posta raccomandata. In alternativa, per i soggetti iscritti, si può inviare la documentazione tramite gli Uffici del Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio.

È obbligatorio inviare la comunicazione di inizio attività anche se questa si svolgerà su edifici di terzi. Questa prassi è stata consolidata anche dalla Circolare Ministeriale n. 98/E del 17 maggio 2000, nella quale il Fisco ha chiarito la connessione tra l’adempimento in parola e la sua attività di controllo, specie ai fini IVA.
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Quali sono i pagamenti validi per il rimborso carburante?

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Quali sono i pagamenti validi per il rimborso carburante?

Dal 1° luglio 2018 i soggetti titolari di partita IVA potranno effettuare i pagamenti relativi ai rifornimenti delle flotte aziendali, dei mezzi esclusivamente strumentali e per quelli a deducibilità ridotta, solo tramite gli strumenti ritenuti idonei dall’apposito provvedimento (n. 73203/2018) dell’Agenzia delle Entrate, con le modalità diverse dal contante.

Solo in questo modo potranno avere diritto alla detrazione IVA e alla deduzione per l’acquisto di carburanti.

Ai fini della detrazione d’imposta sul valore aggiunto e della deducibilità della spesa, relativa all’acquisto di lubrificanti e carburanti, secondo il sopracitato provvedimento direttoriale, i mezzi considerati idonei per il pagamento sono:

  • le carte di credito/debito (bancomat) e prepagate;
  • bonifico bancario o postale;
  • assegni;
  • addebito diretto in conto corrente;
  • carte carburanti.

Il sistema delle carte carburanti, i contratti cosiddetti di “netting”, prevedono che il pagamento avvenga in un momento diverso rispetto all’erogazione del prodotto, questa modalità viene accordata con i gestori degli impianti di distribuzione. In pratica il gestore dell’impianto di distribuzione effettua cessioni periodiche o continuative alla società petrolifera, in favore dell’utente. L’utente per poter rifornirsi di carburante usa un sistema di tessere magnetiche rilasciate direttamente dalla società petrolifera.

La modalità delle carte carburante è ancora valida, nonostante le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2018 in tema di cessioni di carburanti. L’Agenzia delle Entrate specifica però che il sistema è valevole solo se i rapporti tra gestore dell’impianto di distribuzione e società petrolifera, e tra quest’ultima e l’utente, sono regolati con i seguenti strumenti di pagamento:

  • assegni, bancari e postali, circolari e non;
  • vaglia cambiari e postali;
  • pagamenti elettronici.

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Lavoratori dipendenti e autonomi: quanto versano di Irpef?

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Lavoratori dipendenti e autonomi: quanto versano di Irpef?

Dalla dichiarazione dei redditi del 2016 risulta che l’Irpef, la principale imposta pagata dai contribuenti italiani allo Stato e versata solo dalle persone fisiche (lavoratori dipendenti, pensionati e lavoratori autonomi), è pari al 33% sul totale delle entrate tributarie.

Questo comporta che i soggetti appena elencati versano all’erario oltre 155 miliardi all’anno.

I proprietari di  partita Iva (artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, liberi professionisti, etc.), nonostante costituiscano solo l’11,4% del totale delle persone fisiche presenti in Italia (circa 4.660.000 unità), versano, ciascuno di essi, mediamente 4.700 euro di Irpef all’anno. Ai lavoratori dipendenti invece vengono prelevati dalla busta paga mediamente 4.000 euro e il fisco incassa da ogni pensionato poco più di 2.900 euro.

Questi dati sono stati elaborati dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2016.

Il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo dichiara: “Abbiamo ritenuto necessario puntualizzare questa questione per sconfessare una tesi sempre più diffusa secondo la quale le tasse in questo Paese vengono pagate principalmente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte. Per carità, nessuno disconosce che tra il lavoro autonomo ci siano delle sacche di evasione o di sotto-dichiarazione che vanno assolutamente contrastate, ci mancherebbe. Questi dati, tuttavia, dimostrano inconfutabilmente che il popolo delle partite Iva dà un contributo significativo alle casse dell’erario ed è mediamente più tartassato degli altri contribuenti”.

Di seguito vi proponiamo una tabella che mette a confronto le quote prelevate dai lavoratori dipendenti e pensionati e quelle versate dai lavoratori autonomi.

TOTALE SOGGETTI PERCENTUALE SUL TOTALE CONTRIBUENTI IRPEF IMPORTO VERSATO IRPEF PERCENTUALE SUL GETTITO TOTALE IRPEF
Lavoratori dipendenti e pensionati 35.650.000 87,5% 127 miliardi di euro all’anno 81,9%
Lavoratori autonomi 4.660.000 circa 11,4% 22,5 miliardi di euro circa 14,5%

A livello territoriale le regioni che presentano il più alto numero di lavoratori attivi sono:

  • Lombardia: oltre 3.785.000 dipendenti, poco più di 839.000 partite Iva
  • Lazio: poco più di 2 milioni, per quanto concerne il numero di lavoratori dipendenti
  • Veneto: 1.892.768 lavoratori dipendenti e 463.300 lavoratori autonomi
  • Emilia Romagna: 425.790 lavoratori autonomi

La Lombardia si conferma al primo posto anche sul fronte del gettito Irpef per regioni, versando, in termini assoluti, 35,1 miliardi di euro (pari ad una Irpef media di 6.085 euro). Seguono il Lazio con 17,7 miliardi (Irpef media di 6.058 euro) e l’Emilia Romagna con 14,1 miliardi (Irpef media di 5.245 euro).
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DURC irregolare o negativo: cosa significa e cosa comporta

DURC

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DURC irregolare o negativo: cosa significa e cosa comporta

Il Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC) ha la funzione di attestare la regolarità contributiva di un’impresa per quanto concerne gli adempimenti previdenziali, assicurativi e assistenziali INPS, INAIL e Cassa Edile. È un certificato fondamentale per le imprese che intendono partecipare ad appalti pubblici, ma anche per la stipula dei contratti, gli stati di avanzamento lavori e liquidazioni finali, per i lavori privati soggetti al rilascio della concessione edilizia o alla DIA, e per le attestazioni SOA.

In merito alla regolarità del DURC sono stati diversi gli interpelli, le note e le circolari pubblicati negli anni per rispondere a vari quesiti.

Uno degli ultimi interpelli è stato presentato dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri alla Commissione Interpelli, per avere chiarimenti in merito all’irregolarità del DURC.

Nello specifico il CNI chiedeva se la presenza di un DURC irregolare corrispondesse ad assenza del DURC, e di conseguenza se i lavori si potessero svolgere ugualmente.

La Commissione ha sottolineato che il DURC “non può essere emesso in caso di irregolarità”, in quanto il documento viene generato solo dopo l’esito positivo della verifica che attesta la regolare posizione del soggetto tenuto ad effettuare i versamenti contributivi.

La mancanza del DURC quindi porta alla sospensione del titolo abilitativo, sia nel caso di inadempienze comunicate dall’organo di vigilanza, sia nel caso di inadempienze accertate direttamente dall’amministrazione concedente stessa.

Un DURC negativo, o irregolare, per i lavoratori privati comporta la sospensione del titolo abilitativo relativo alla concessione edilizia o alle DIA e quindi dell’attestazione da parte delle SOA.

Nel caso in cui venga rilevata un’irregolarità durante la richiesta del DURC online, il sistema invia nelle 72 ore successive le cause dell’irregolarità che l’utente dovrà sanare per poter ottenere il certificato.

L’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha specificato che se il datore di lavoro non risolve l’irregolarità rilevate, perderà tutti i benefici normativi e contributivi goduti.
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2018: confermato il super ammortamento

Con la nuova legge di Bilancio 2018, il Governo Gentiloni, ha confermato il Super ammortamento 2018, ma anziché essere del 140% dal 1° gennaio sarà del 130%.
Ci sono altre novità per il 2018: non sarà rinnovato il super ammortamento auto 2018 al 120%. I contribuenti avranno la possibilità di optare solo per il super ammortamento al 130% e l’iperammortamento al 250%.

Come riporta il sito guidafisco al fine di continuare a sostenere gli investimenti delle imprese in Italia, proprio come è successo per il 2017, il Governo ha optato per il rinnovo degli incentivi, ma ha abbassato la percentuale di ammortamento al 130% ed ha escluso dal rinnovo il super ammortamento auto 2018.
Sono già arrivate le prime proteste da parte del settore auto al governo, ma ancora non si sa se sortiranno il loro effetto.

Nel frattempo spieghiamo come funziona il super ammortamento 2018: è un’agevolazione che incentiva gli investimenti in beni materiali strumentali nuovi e che consente di fruire una maggiorazione del 30% del costo di acquisto, ivi compreso il leasing finanziario, di beni strumentali. In questo modo, ai fini della determinazione dell’IRES e dell’IRPEF, verrà attuata un’imputazione di quote di ammortamento e di canoni di locazione finanziaria più elevati.

Con beni materiali strumentali nuovi si intende:

  • materiali, per cui sono esclusi gli acquisti di beni immateriali;
  • a uso durevole e atti ad essere utilizzati, da parte del soggetto beneficiario dell’agevolazione, all’interno del processo produttivo del soggetto medesimo. Di conseguenza, sono esclusi i cd. beni merce in quanto destinati alla vendita, quelli trasformati o assemblati per la vendita;
  • nuovi, dunque non beni usati.

Il super ammortamento consiste quindi nel poter aumentare del 30% il costo del bene acquistato. Tale costo insieme all’incremento, deve poi essere ripartito in quote costanti annuali, secondo il coefficiente d’ammortamento della categoria alla quale appartiene il bene, per esempio quello per il computer, ha un coefficiente d’ammortamento pari al 20%.
Per cui se il professionista acquista un pc a 1.000 Euro, registra l’acquisto nella contabilità per la stessa cifra, ma poi il costo deducibile dalle tasse, e dalla dichiarazione dei redditi tramite Unico, è per 1.300 euro, con una variazione in diminuzione.
Trattandosi poi, di un bene con valore d’acquisto superiore a 516,46 Euro, l’ammortamento va effettuato in 5 quote costanti, pari al 20% annuo, ciò consente quindi al professionista che ha acquistato un pc con il super ammortamento 130, di dedurre 260 euro per 5 anni.
Se, invece il bene strumentale ha un valore inferiore a 516,46 euro, che con l’incremento arriva a 722,40 euro, può essere dedotto dal reddito in un’unica soluzione.

Ora vediamo nel dettaglio a chi spetta il super ammortamento 2018 al 130%:

  • soggetti titolari di reddito d’impresa;
  • professionisti, con reddito di lavoro autonomo anche svolto in forma associata, ivi compresi i contribuenti nel regime dei minimi.

Invece non spetta a:

  • i contribuenti nel regime forfetario;
  • le imprese marittime.

Il super ammortamento sarà fruibile in relazione agli investimenti effettuati: dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018, ovvero entro il 30 giugno 2019, a condizione che entro la data del 31 dicembre 2018 il relativo ordine risulti accettato dal venditore e sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20% del costo di acquisizione, con esclusivo riferimento alla determinazione delle quote di ammortamento e dei canoni di locazione finanziaria, il costo di acquisizione è maggiorato del 30 per cento. La maggiorazione non si applica agli investimenti che si avvalgono delle disposizioni di cui all’art. 1, comma 8, della legge 11 dicembre 2016, n. 232.

In pratica, la durata del super ammortamento 2018 è:
– fino al 31 dicembre 2018;
– fino al 30 giugno 2019 a condizione che entro il 31 dicembre 2018 l’ordine risulti accettato dal soggetto venditore e che entro la medesima data si avvenuto il pagamento di acconti in misura pari ad almeno il 20% del costo di acquisizione.
Per determinare il momento di effettuazione dell’operazione bisogna far riferimento a quanto stabilito a tal proposito all’interno del TUIR.

Invece è stato riconfermato dalla nuova Legge di Stabilità 2018 l’iper ammortamento 2018 al 250%, previsto per alcuni beni strumentali.
L’iper ammortamento 2018 al 250% per l’Industria 4.0 servirà a dare una maggiore ripresa anche per il settore industriale.
Il piano del Governo Industria 4.0, prevede fino a 2020 importantissime misure:

  • Super ammortamento 130%;
  • Iperammortamento 250% per l’acquisto di beni hi tech;
  • Detrazioni fiscali al 30% per chi investe nelle Pmi innovative e l’assorbimento da parte di società sponsor delle perdite di startup;
  • Detassazione sui capital gain;
  • Nuovo programma di acceleratori d’impresa;
  • Fondi dedicati all’industrializzazione di idee e brevetti ad elevato contenuto tecnologico;
  • Attivazione di nuovi fondi di venture capital per le start up in co-matching;
  • Beni strumentali 2018 Nuova Sabatini.

Ipotesi credito d’Imposta per l’Industria 4.0

Credito Imposta Industry 4.0

E’ indubbio che la rivoluzione del mondo 4.0 stia investendo anche il settore dell’Industria: tecnologie innovative, automazione e digitalizzazione sono diventati strumenti sempre più indispensabili per vincere la sfida della competitività, soprattutto nell’ottica di migliorare e ottimizzare i processi produttivi. Ed ora, per accelerare ulteriormente il passaggio all’Industria del futuro in Italia, spunta l’ipotesi di un’agevolazione pensata per le aziende e le PMI che vogliano investire su lavoro 4.0 e formazione ICT.

A parlarne è stato il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: lo scenario più plausibile sarebbe quello di un credito d’imposta del 50% per le spese legate alla digitalizzazione dei processi produttivi con un limite di spesa di 10 milioni. Probabili sconti anche per la formazione aggiuntiva e tecnologica dei dipendenti.

La decisione andrebbe non solo nella direzione di modernizzare il settore industriale in ottica strategica, ma anche di favorire il rilancio dell’occupazione giovanile in Italia, facendo dell’Industria italiana una leva per trainare i giovani al mondo del lavoro. La probabile manovra, quindi, non è che un’altra fase del capitolo “lavoro-formazione” del piano nazionale Impresa 4.0 e che ricorda, nella forma e nelle modalità, la già assodata formula del credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Del resto, è vero che la rivoluzione tecnologica porta con sé numerosi vantaggi, ma per poter cavalcare realmente l’onda della Rivoluzione 4.0 sono necessarie competenze e, di conseguenza, investimenti nella formazione. Per ottenere risultati concreti, è d’obbligo un aggiornamento professionale che, oltre a cogliere il senso della sfida di un mercato in continuo mutamento, prepari i giovani e le aziende alla corretta gestione e al giusto impiego delle innovazioni ICT.

 

Per avere maggiori informazioni chiamaci al numero +39 0545.900600 o compila il modulo sotto riportato per essere a breve contattato da un nostro operatore.

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Imprese italiane operanti in Svizzera: cambia l’IVA

imprese italiane in svizzera

Il Governo Svizzero, lo scorso 2 giugno, ha confermato l’entrata in vigore di una rivoluzionaria, per il paese elvetico, revisione della legge sull’IVA. Al di là di tutte le novità prodotte dal nuovo testo legislativo, quella che sembra più rilevante, almeno per le imprese italiane, è rappresentata dall’introduzione di nuovi e diversi criteri di assoggettamento che coinvolgono in particolare le imprese straniere a partire dal 1° gennaio 2018.

Questa modifica legislativa continua quello che è un percorso cominciato nel 2014 con l’introduzione, all’epoca con decorrenza dal 1° gennaio 2015, di un nuovo articolo dell’ordinanza Iva che, per le imprese straniere – e quindi anche quelle italiane, limitava la possibilità di avvalersi dell’istituto del reverse charge, introducendo l’obbligo di assoggettamento al regime Iva svizzero. Per semplificare l’attuazione, la misura introdotta era stata accompagnata da una modifica del procedimento di annuncio per le attività lucrative di breve durata.

Oggi si prosegue su quella strada e a partire dal 1° gennaio 2018 per le imprese italiane scatterà il rischio di assoggettamento all’IVA Svizzera.