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SMART WORKING in Italia: tra ritardi e opportunità

La tradizionale idea di lavoro che ci viene dalle precedenti generazioni è un’idea che potremmo sintetizzare in uno schema lineare di questo tipo: sveglia, colazione e minuti contati per raggiungere un ufficio nel quale passare gran parte della propria giornata. Le innovazioni tecnologiche degli ultimi dieci anni hanno in parte sovvertito questa routine quotidiana per molti lavoratori. Prima i laptop, poi, soprattutto, tablet e smartphone, hanno infatti consentito a tanti di lavorare senza raggiungere fisicamente la propria scrivania. Questo tipo di approccio, definito “smart working”, sta spopolando nel mondo per una serie di motivi: innanzitutto la libertà del lavoratore, che può gestire il proprio tempo in maniera ottimale, lavorando ovunque e a qualunque ora si desideri; c’è poi una certa convenienza economica, infatti le aziende possono evitare di installare postazioni, di prevedere mense aziendali e fornire buoni pasti (a questo va aggiunto il risparmio da parte dei lavoratori per i costi di trasporti per raggiungere il posto di lavoro).

 

La realtà dello smart working è ormai solida in molti paesi europei. Numeri davvero importanti, però, sono quelli che vengono dagli Stati Uniti, dove tra il 2007 e il 2014 si è avuta una crescita del 78% del fenomeno. Anche in Giappone si stanno attrezzando la gran parte delle aziende, proprio per ridurre gli spazi di lavoro. E in Italia? Siamo ancora lontani anche dalla media europea, infatti il lavoro a distanza riguarda solo il 2% dei lavoratori italiani, dato che ci colloca all’ultimo posto nella UE.